Blog Archives

La liquidazione del danno in caso di incidente stradale

Ecco come è regolamentato dal codice delle assicurazioni l’indennizzo delle lesioni macropermanenti e quello delle lesioni micropermanenti 

Il risarcimento delle lesioni all’integrità psico-fisica di un soggetto, nel nostro ordinamento, viene valutato utilizzando metodi che variano a seconda del contesto in cui il danno è stato cagionato.
In particolare, se le lesioni derivano da sinistri stradali si fa riferimento alle previsioni di cui agli articoli 138 e 139 del codice delle assicurazioni, mentre negli altri casi occorre ricorrere alla valutazione in via equitativa di cui all’articolo 1226 del codice civile, il quale stabilisce che “se il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, è liquidato dal giudice con valutazione equitativa”.
Se poi il danno si è verificato durante l’orario di lavoro o in itinere (definizione sulla quale ci soffermeremo più avanti),esso viene liquidato facendo riferimento all’articolo 13 d.lgs 38/2000, che contiene le disposizioni in materia di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.

Lesioni macropermanenti

Come anticipato, il risarcimento dei danni conseguenti a circolazione stradale che si estrinsecano in una lesione permanente all’integrità psico-fisica del soggetto coinvolto trova la sua fonte di disciplina nel codice delle assicurazioni.

Più nel dettaglio, nel caso in cui i postumi permanenti riportati in conseguenza del sinistro siano valutati in misura pari o superiore al 10% il criterio di liquidazione è fissato dal legislatore all’articolo 138. Tale norma prevede la predisposizione, con decreto del Presidente della Repubblica, di una tabella unica su tutto il territorio nazionale che disciplini le menomazioni attribuendo ad ogni singolo punto di invalidità un valore pecuniario e tenga conto dei coefficienti di variazione corrispondenti all’età del soggetto leso.

L’articolo 138 detta anche i principi e i criteri che dovrebbero ispirare la redazione della tabella unica nazionale, precisando che:
– per danno biologico, ai suoi effetti, si intende la “lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito”;
– nei fissare i valori economici deve farsi riferimento al sistema a punto variabile in funzione dell’età e del grado di invalidità;
– il valore economico attribuito a ciascun punto è funzione crescente della percentuale di invalidità e l’incidenza della menomazione sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato cresce in modo più che proporzionale rispetto all’aumento percentuale assegnato ai postumi;
– il valore economico attribuito a ciascun punto è invece funzione decrescente dell’età del soggetto;
– il danno biologico temporaneo inferiore al cento per cento deve determinarsi considerando la percentuale di inabilità riconosciuta per ciascun giorno;
– l’ammontare del danno può essere aumentato sino al 30% se la menomazione incide su aspetti dinamico-relazionali del danneggiato in maniera rilevante.

Nonostante i numerosi tentativi, anche recenti, la tabella ministeriale non ha tuttavia ancora preso forma, con la conseguenza che il parametro di riferimento per il calcolo del risarcimento delle lesioni macropermanenti è rappresentato dalle Tabelle predisposte dai vari tribunali, in particolare da quella del Tribunale di Milano.

Lesioni micropermanenti

La situazione è diversa in caso in cui le lesioni all’integrità psico-fisica riportate da un soggetto a seguito di un sinistro stradale siano di entità inferiore al 10%.

In tal caso, infatti, l’articolo 139 del codice delle assicurazioni detta dei criteri più certi per il calcolo del risarcimento.

Il procedimento base è molto simile a quello fissato per le macropermanenti, in quanto alla quantificazione del danno si perviene attraverso una serie di operazioni matematiche così articolate: a) moltiplicando il valore monetario del singolo punto d’invalidità per il grado di invalidità permanente; b) moltiplicando tale risultato per un coefficiente determinato dalla legge ed infine c) applicando al risultato ottenuto il cd. demoltiplicatore ossia una riduzione proporzionale all’età della vittima.

La predetta norma, tuttavia, a differenza dell’articolo 138, detta già gli importi del punto base e di ogni singolo giorno di inabilità assoluta, da rivalutare annualmente tenendo conto della variazione dell’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati accertata dall’ISTAT.
L’ultimo aggiornamento è quello di cui al decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 19 luglio 2016, i cui importi sono applicabili a partire da aprile 2016 e sono di euro 46,10 per ogni giorno di inabilità assoluta e di euro 790,35 per il primo punto di invalidità.

Per i punti successivi occorre fare riferimento al coefficiente moltiplicatore fissato dalla legge, che è di 1,1 per un punto percentuale di invalidità pari a 2, di 1,2 per un punto percentuale di invalidità pari a 3, di 1,3 per un punto percentuale di invalidità pari a 4, di 1,5, per un punto percentuale di invalidità pari a 5, di 1,7 per un punto percentuale di invalidità pari a 6, di 1,9 per un punto percentuale di invalidità pari a 7, di 2,1 per un punto percentuale di invalidità pari a 8 e di 2,3 per un punto percentuale di invalidità pari a 9.

L’articolo 139 precisa poi cosa debba intendersi per danno biologico, utilizzando la stessa definizione dell’articolo 138, ma precisando che in ogni caso “le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente”.

Infine si sottolinea che anche l’ammontare del danno biologico liquidato per le lesioni micropermanenti, al pari di quello liquidato per le lesioni macropermanenti, può essere aumentato dal giudice qualora ciò risulti opportuno alla luce di un equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato, questa volta però in misura non superiore ad un quinto.

Il coinvolgimento dell’Inail

In alcuni casi, gli incidenti stradali si definiscono in itinere: si tratta delle ipotesi in cui essi si verificano durante il percorso che si compie per recarsi da casa a lavoro o viceversa, da un luogo di lavoro a un altro o, se manca la mensa aziendale, dal luogo di lavoro a quello di consumo del pasto.

Se si verifica un incidente in itinere nel risarcimento del danno interviene anche l’Inail, con la conseguenza che la denuncia va inviata anche a tale istituto e non solo alla compagnia assicuratrice competente.

Le tabelle Inail, tuttavia, prevedono degli importi più bassi rispetto a quelli fissati per la RC Auto, non tengono in nessun conto l’incidenza del danno morale e non possono considerarsi satisfattive del diritto al risarcimento del danno biologico.

La compagnia, pertanto, in tali casi non è tenuta a corrispondere l’intero risarcimento ma deve comunque pagare il cd. danno differenziale, ovverosia quello determinato sottraendo l’importo delle prestazioni liquidate dall’Inail dall’importo del danno complessivo.

Giurisprudenza

Ecco alcune sentenze rilevanti in materia di lesioni micropermanenti e macropermanenti

“Al di fuori del circoscritto ed eccezionale ambito delle micropermanenti, l’aumento personalizzato del danno biologico è circoscritto agli aspetti dinamico relazionali della vita del soggetto in relazione alle allegazioni e alle prove specificamente addotte, del tutto a prescindere dalla considerazione (e dalla risarcibilità) del danno morale” (Cass. n. 7766/2016)

“Nel caso di sinistro causato da veicolo non identificato, il danno alle cose è risarcibile solo se dal fatto siano derivati anche danni alla persona consistiti in una invalidità superiore al 9%, ai sensi dell’art. 138 cod. ass.” (Cass. n. 24214/2015)

“L’art. 32, comma 3 quater, d.l. n. 1/2012, così come il precedente comma 3 ter, sono da leggere in correlazione alla necessità (da sempre viva in siffatto specifico ambito risarcitorio), predicata dagli artt. 138 e 139 cod. ass. (che, a tal riguardo, hanno recepito quanto già presente nel “diritto vivente”), che il danno biologico sia “suscettibile di accertamento medico-legale”, esplicando entrambe le norme (senza differenze sostanziali tra loro) i criteri scientifici di accertamento e valutazione del danno biologico tipici della medicina-legale (ossia il visivo-clinico-strumentale, non gerarchicamente ordinati tra loro, nè unitariamente intesi, ma da utilizzarsi secondo le leges artis), siccome conducenti ad una “obiettività” dell’accertamento stesso, che riguardi sia le lesioni, che i relativi postumi (se esistenti)” (Cass. n. 18773/2016)

“In caso di incidente stradale il danno morale, conseguente alle lesioni, va sempre provato, sia pure per presunzioni, non sussistendo alcuna automaticità parametrata al danno biologico patito. E ciò è tanto più vero nel caso di lesioni minori (micropermanenti), laddove non sempre vi è un ulteriore danno in termini di sofferenza da ristorare. Dunque, se in linea di principio neanche con riguardo alle lesioni di lieve entità si può escludere il c.d. danno morale dal novero delle lesioni meritevoli di tutela risarcitoria, per valutare e personalizzare il danno non patrimoniale, si deve però tener conto della lesione in concreto subita” (Cass. n. 339/2016)

“Il valore vincolante della definizione legislativa del danno biologico risultante dagli artt. 138 e 139 del d.l.vo 7 settembre 2005, n. 209 (c.d. codice delle assicurazioni), non avente carattere innovativo in quanto sostanzialmente ricognitiva e confermativa degli indirizzi giurisprudenziali in materia, impone, nella liquidazione del danno, un obbligo motivazionale congruo ed adeguato, che dia conto, ai fini del risarcimento integrale del danno alla persona e della sua personalizzazione, sia delle componenti a prova scientifica medico-legale, sia di quelle relative all’incidenza negativa sulle attività quotidiane (c.d. inabilità totale o parziale), sia di quelle che incidono sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato (che attengono anche alla perdita della capacità lavorativa generica e di attività socialmente rilevanti ovvero anche meramente ludiche, ma comunque essenziali per la salute o la vita attiva)” (Cass. n. 3906/2010)

Aggiornamento: Ottobre 2016

Fonte: La liquidazione del danno in caso di incidente stradale
(www.StudioCataldi.it)

 

Danno patrimoniale al disoccupato è risarcibile oppure no?

Avv. Emanuela Foligno – Con la recente pronunzia n. 18611 del 22 ottobre 2015 (qui sotto allegata), la Cassazione ha dichiarato irrilevante che l’impedimento provocato dal fatto lesivo, sia riferibile ad un progetto di attività lavorativa, se il fatto stesso nella sua entità impedisce per sempre qualsiasi possibile altra alternativa di lavoro.

E’ stato dunque riconosciuto e risarcito il danno patrimoniale al danneggiato disoccupato. Tale pronunzia è in netto contrasto con le precedenti.

In altri casi simili la Suprema Corte aveva richiesto criteri molto rigidi per il riconoscimento del danno patrimoniale.

In particolare, in due recenti pronunce (N. 2758/2015 e 20548/2014), la Corte ha negato il riconoscimento del danno patrimoniale al soggetto disoccupato per mancanza di prova del pregresso svolgimento di una attività lavorativa.

In altre pronunzie (N. 25211/2014, 7524/2014 e 17220/2014), invece, la Corte ha negato il riconoscimento del danno patrimoniale al soggetto disoccupato poiché lo stesso non aveva dimostrato che la riduzione della capacità lavorativa gli avesse effettivamente causato un pregiudizio economico.

Ancora, in altra sentenza (N. 10031/2006) la S.C. ha negato al soggetto disoccupato il risarcimento di cui si discute poiché non sussiste nessun automatismo tra la lesione subito e la perdita di guadagno.

Recentemente (Cass. N. 14517 del 10 luglio 2015, pubblicata su questo sito) gli Ermellini hanno negato il risarcimento del danno patrimoniale al danneggiato-disoccupato argomentando che è necessario fornire la prova di una pregressa attività lavorativa o di una qualifica professionale per discorrere di perdita di guadagno. E, comunque, il disoccupato-danneggiato non ha diritto al risarcimento del danno patrimoniale perché l’invalidità permanente non si riflette automaticamente sulla riduzione percentuale della capacità lavorativa specifica.

Secondo la Cassazione non ci si può basare solo su una eventuale ipotesi di lavoro futuro se manca la prova di un impiego già svolto in passato o di una qualifica professionale.

Tale considerazione, in punto di diritto, potrebbe apparire apprezzabile perché se il danneggiato-disoccupato, sebbene abbia subito gravi lesioni personali, non ha svolto, o non è in condizione di provare, di avere svolto una attività lavorativa, non ha subito nessuna perdita di guadagno.

Se così è, allora, seguendo tale ratio, non meriterebbe accoglimento il risarcimento del danno patrimoniale da perdita di capacità lavorativa al disoccupato (giovane) che non è mai stato collocato appunto per l’età.

Ed invece, la Suprema Corte proprio in tale fattispecie (cfr. n. 23791/2014, leggi: “Cassazione: va riconosciuto il risarcimento danni da perdita di capacità lavorativa anche al giovane disoccupato“) ha affermato che il giudice deve liquidare equitativamente il lucro cessante tenendo conto dell’effetto permanente del pregiudizio e della sua gravità senza la necessità che venga fornita la prova “del futuro lavoro”.

La pregevole citata pronunzia ha affrontato in modo impeccabile la tematica del danno patrimoniale per la perdita della capacità lavorativa.

Nel caso esaminato dagli Ermellini il danneggiato (20 anni e non occupato) aveva chiesto il risarcimento del danno patrimoniale per la perdita della capacità lavorativa. Tale posta risarcitoria è stata esclusa dalla Corte di Appello territoriale poiché all’epoca dell’incidente il danneggiato, giovane e disoccupato, non aveva fornito la prova della futura attività lavorativa.

La Suprema Corte al riguardo ha statuito che escludere il risarcimento del danno patrimoniale, per la perdita della capacità lavorativa ad un soggetto ventenne non ancora occupato, costituisce una violazione del principio alla riparazione integrale del danno da illecito.

E’ sicuramente condivisibile il pensiero della Suprema Corte che, seguendo le fila della “desueta” perdita di chances, ritiene giustificabile la liquidazione equitativa del lucro cessante basata sui postumi permanenti del pregiudizio alla salute e della sua gravità.

Al di là degli insegnamenti della scuola di pensiero che in passato ha ritenuto risarcibile la perdita di chances, ciò che rileva e che deve condividersi, è che il danneggiato deve essere integralmente risarcito per i danni subiti da illecito.

E’ proprio in questo senso, infatti, che nell’ultimo decennio, il lavorìo della giurisprudenza e della dottrina ha giustamente condotto alla rilettura del danno patrimoniale e non patrimoniale.

Fonte: Danno patrimoniale al disoccupato è risarcibile oppure no?
(www.StudioCataldi.it)

 

Cassazione: il giudice può “preferire” la perizia di parte alla CTU ma deve adeguatamente motivare

di Lucia Izzo – Nella liquidazione dei danni da incidente stradale il giudice può assumere alla base della propria decisione la perizia di parte (nella specie dell’assicurazione) piuttosto che la CTU, ma in tal caso è tenuto a motivareadeguatamente sul punto altrimenti il suo operato potrà incorrere in una censura in sede di legittimità.
Lo ha precisato la Corte di Cassazione, terza sezione civile, nella sentenza n. 24630/2015 (qui sotto allegata) accogliendo uno dei motivi di ricorso proposti da due donne teso alla liquidazione della somma dovuta a titolo risarcimento danni dalle stesse subito a seguito di un incidente stradale.
Le ricorrenti denunciano che la Corte d’Appello, in riduzione della somma originariamente riconosciuta alle stesse, ha “acriticamente” assunto a base della propria decisione, una perizia svolta dal consulente tecnico della convenuta assicurazione, non motivando la preferenza rispetto alle diverse valutazioni del CTU.
Concordano gli Ermellini circa il sussistente potere discrezionale del giudice di merito nel disattendere le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, senza dover disporre altra perizia, ma precisano che è necessario che detta decisione risulti “sufficientemente motivata” altrimenti potrà essere censurata in sede di legittimità.
Nel caso di specie, il Tribunale in sede d’appello ha ritenuto che il particolareggiato prospetto redatto dal CTP fosse più aderente agli effettivi valori di mercato correnti all’epoca del sinistro, tenuto conto del modello e del valore del veicolo.
Tuttavia, la relativa motivazione, limitandosi a dichiarare congrua la stima del CTP senza indicare le ragioni della inattendibilità della diversa stima compiuta dal CTU è da considerarsi viziata per carenza motivazionale.
Necessario un rinvio a diverso giudice al fine di indicare le ragioni per cui la CTU non è stata condivisa.

Cass., III sez. civile, sent. 24630/2015

Fonte: Cassazione: il giudice può “preferire” la perizia di parte alla CTU ma deve adeguatamente motivare
(www.StudioCataldi.it)

 

Sinistri stradali: addio definitivo alle “micropermanenti” senza l’accertamento strumentale

 

 

Si potrà dire addio ai risarcimenti per colpi di frusta e per tutte le lesioni di lieve entità, c.d. “micropermanenti”, subite a seguito di sinistri stradali, se non sono provate da accertamenti strumentali. Un addio consacrato dalla Consulta, con l’ordinanza n. 242/2015 depositata il 26 Novembre 2015 che ha legittimato una volta per tutte la novella apportata dal c.d. Cresci Italia all’art. 139 del Codice delle Assicurazioni private.

 

In allegato l’Ordinanza della Consulta.

 

Guida senza patente: addio reato penale! Via (al solo) all’illecito amministrativo.

Guidare senza patente potrebbe non essere più reato, ma diventare un illecito amministrativo.

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro della giustizia Andrea Orlando ha approvato la scorsa settimana uno schema di decreto legislativo che punta a depenalizzare alcuni reati attualmente punibili con la sola pena della multa o dell’ammenda.

Tra questi c’è la guida senza patente, fattispecie di reato regolata dall’articolo 116 del Codice della Strada che recita al comma 15: «Chiunque conduce veicoli senza aver conseguito la corrispondente patente di guida è punito con l’ammenda da 2.257 euro a 9.032 euro; la stessa sanzione si applica ai conducenti che guidano senza patente perché revocata o non rinnovata per mancanza dei requisiti fisici e psichici. Nell’ipotesi di recidiva nel biennio si applica altresì la pena dell’arresto fino ad un anno. Per le violazioni di cui al presente comma è competente il tribunale in composizione monocratica».

Le depenalizzazione della guida senza patente, oltre a quello di non sporcare più la fedina penale di chi se ne rende colpevole, avrebbe come effetto secondo Palazzo Chigi quello di diminuire il lavoro a carico del sistema penale, mentre la sanzione, più alta delle attuali ammende, fungerebbe da deterrente più efficace rispetto ad un processo, di norma più lungo e dall’esito più incerto.

Secondo la tabella allegata allo schema del decreto, che dovrà ricevere il parere delle Camere, la guida senza patente sarà punita con una sanzione amministrativa che potrà andare da 5.000 a 30.000 euro.

Considerazioni

Crediamo che questa soluzione sia alquanto preoccupante.

Pensiamo a Tutti coloro che si dichiarano nullatenenti, praticamente godranno di impunibilità.

Per non parlare delle assicurazioni. In caso di sinistro sono praticamente sollevate da qualsiasi risarcimento, La vittima può solo tentare un procedimento penale ma come è previsto, finirà avendo a che fare con un “presunto” nullatenente. In Italia ce ne sono tantissimi di questi nullatenenti che girano con Suv ed auto costosissime.

Di questa stupenda legge mi preoccupa che ne “approfitteranno davvero tantissimi”.

La coerenza non credo abita a Palazzo Chigi.

Da un lato introducono il reato di omicidio stradale con pene aspre e dall’altro tolgono il reato di guida senza patente, assimilando il fatto ad un illecito amministrativo!!!

Non è che sia un ulteriore aiuto alle lobby assicurative? Si dice: A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina.

Secondo Palazzo Chigi, questa legge, avrebbe come scopo di diminuire il lavoro a carico del sistema penale. Ma se il risultato è come la mediazione obbligatoria (anno 2010 ) poi Negoziazione Assistita (D-Lgs. 12 SETTEMBRE 2014, N. 132), avremmo solo tantissime carte e burocrazia ed una confusione tale che si rischia di non punire nessuno, con conseguente “archiviazione del reato”.

Distinti saluti

 

Sinistri stradali: nessun risarcimento per il pedone che attraversa fuori dalle strisce pedonali

Il verdetto dei giudici di merito, con l’ordinanza n. 23519/2015, depositata il 18/11/2015 hanno rigettato la richiesta di risarcimento danni da parte dei familiari di un uomo investito in pieno da un’automobile mentre attraversava la strada.  A seguito di tale impatto, l’uomo riportava lesioni gravissime.

 

Il comportamento dell’uomo – che “attraversava improvvisamente una strada a largo scorrimento, in ora serale, in condizioni di scarsa visibilità e fuori dalle strisce pedonali” parandosi all’improvviso di fronte al conducente che non poteva evitarlo – depone a sfavore, costituendo elemento tale da escludere la presunzione di responsabilità gravante sul conducente dell’autoveicolo.

 

Correttamente, quindi, ha affermato la sesta sezione civile, hanno quindi agito i giudici di merito, valutando la condotta del pedone come “a tal punto imprevedibile, oltre che imprudente, da rendere l’impatto inevitabile, non consentendo al guidatore dell’autoveicolo neppure la possibilità di una manovra di emergenza”.

 

Da qui, il rigetto del ricorso e la condanna al rimborso delle spese di giudizio.

 

 

Focus sulla risarcibilità del danno da fermo tecnico a seguito di incidente stradale.

Focus sulla risarcibilità del danno da fermo tecnico a seguito di incidente stradale. Il contrasto giurisprudenziale: il danno è o non è in re ipsa?

Dopo la sentenza della III sezione civile n. 20620 del 14/10/2015, diventa improcrastinabile l’intervento delle Sezioni Unite.

Avv. Paolo Accoti – Per danno da fermo tecnico, argomentando dalla giurisprudenza formatasi in materia, s’intende comunemente il pregiudizio subito dal proprietario dell’autovettura danneggiata a causa della impossibilità di utilizzarla durante il tempo necessario alla sua riparazione.

Questo perché, l’autoveicolo, anche durante la sosta forzata, continua a generare spese – si pensi alla tassa di circolazione ovvero al premio della polizza assicurativa – comunque sopportate dal proprietario, oltre al naturale deprezzamento di valore.

Ciò posto, la giurisprudenza si è chiesta a quale regime di prova si dovesse assoggettare il danno da fermo tecnico.

Una prima corrente di pensiero ritiene che: “Il c.d. “danno da fermo tecnico”, patito dal proprietario di un autoveicolo a causa della impossibilità di utilizzarlo durante il tempo necessario alla sua riparazione, può essere liquidato anche in assenza di una prova specifica, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso è destinato” (Da Ultimo: Cass. civ. Sez. III, 26/06/2015, n. 13215. Nello stesso senso ex multis: Cass. civ. Sez. VI – 3 Ordinanza, 04/10/2013, n. 22687; Cass. civ. Sez. III, 09/11/2006, n. 23916; Cass. civ. Sez. III, 08/05/2012, n. 6907; Cass. civ. Sez. III, 27/01/2010, n. 1688).

In questo senso si è espressa anche parte della giurisprudenza di merito: Trib. Padova Sez. II, 12/02/2015; Trib. Milano Sez. XII, 10/04/2013; Trib. Salerno Sez. II, 05/02/2013.

In altri termini, non sarebbe necessaria una prova rigorosa del danno patito a seguito di incidente stradale e della conseguente impossibilità di utilizzo dell’autovettura incidentata, risultando questa una conseguenza ineludibile del sinistro.

Il pregiudizio del danno da fermo tecnico, pertanto, secondo la giurisprudenza sopra richiamata, sarebbe in re ipsa (in se stesso) e risulterebbe peraltro liquidabile in via equitativa: ”È possibile la liquidazione equitativa del danno cd. da “fermo tecnico” anche in assenza di prova specifica, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato” (Cass. civ. Sez. III, 08/05/2012, n. 6907. Nello stesso senso: Cass. civ. Sez. III, 27/01/2010, n. 1688; Cass. civ. Sez. III, 09/11/2006, n. 23916; Cass. civ. Sez. III, 14/12/2002, n. 17963; Cass. civ. Sez. III, 03/04/1987, n. 3234).

In buona sostanza, il richiamato orientamento si fonda sulla circostanza, incontestabile, che nel tempo necessario ad effettuare le riparazioni al veicolo danneggiato, questo non può essere utilizzato, perché “ciò che conta è che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato, giacché l’auto è, anche durante la sosta, fonte di spese, che vanno perdute per il proprietario, ed è soggetta a un naturale deprezzamento di valore, calcolato sul prezzo di acquisto del veicolo” (In motivazione: Cass. n. 23916/2006).

Il suddetto orientamento era da ritenersi oramai consolidato, nonostante, in precedenza, non siano mancate pronunce di segno contrario.

Tanto è vero che, la medesima Suprema Corte, II sezione civile, aveva ritenuto che: “Il c.d. danno da fermo tecnico non può considerarsi sussistente “in re ipsa”, per il solo fatto che un veicolo sia stato inutilizzato per un certo lasso di tempo. Come ogni danno, anche quello da fermo tecnico deve essere provato. La prova deve concernere sia il dato della inutilizzabilità del veicolo in relazione ai giorni in cui esso è stato illegittimamente sottratto alla disponibilità del proprietario, sia il dato della necessità del proprietario di servirsi del mezzo, cosicché, dalla impossibilità della sua utilizzazione, egli abbia riportato un danno, perché, ad esempio, non abbia potuto svolgere una determinata attività lavorativa ovvero abbia dovuto fare ricorso a mezzi sostitutivi” (Cass. civ. Sez. II, 09/08/2011, n. 17135. Nello stesso senso: Cass. civ. Sez. III, 09/03/2011, n. 5543; Cass. civ. Sez. III, 19/11/1999, n. 12820).

Come dicevamo questo orientamento era da considerarsi superato, siccome risalente e nonostante – anche di recente – fosse stato condiviso da una parte minoritaria della giurisprudenza di legittimità (Trib. Torre Annunziata, 25/02/2015; Trib. Ragusa, 29/03/2014; Giudice di pace Perugia, 15/07/2013), sembrava definitivamente accantonato dalla Suprema Corte, con la citata pronuncia della III sezione civile, datata 26 giugno 2015, n. 13215.

Tuttavia, come nel migliore “film giallo”, dove il colpo di scena è sempre dietro l’angolo, preannunciata dall’ordinanza della Sez. VI – 3, del 17/07/2015, n. 15089 –  per la quale: “la liquidazione equitativa attiene pur sempre al quantum del risarcimento e non all’an, per cui ad essa si può fare ricorso in presenza della sicura esistenza dell’an. In altre parole, il fatto che un soggetto sia stato privato della vettura per un certo periodo di tempo comporta, in astratto, la ragionevole probabilità che un danno vi sia stato; ma non comporta anche che tale danno sia da ritenere per ciò solo dimostrato, perchè altrimenti si tratterebbe di un danno in re ipsa, con una sorta di capovolgimento dell’onere della prova. Ben si può, invece, fare ricorso, ai fini della dimostrazione del danno, ai criteri presuntivi, stante la piena dignità di prova che questa Corte ha riconosciuto alle presunzioni, proprio ai fini della dimostrazione dell’esistenza di un danno risarcibile (v. Sezioni Unite, sentenza 24 marzo 2006, n. 6572, nonchè sentenza 16 giugno 2014, n. 13665)” – è intervenuta la medesima III sezione civile della Suprema Corte, in data 14/10/2015, con la sentenza n. 20620, la quale, tornando nuovamente sulla questione si è discostata – ancora una volta – dal principio del danno da fermo tecnico in re ipsa che, oramai, si riteneva fosse da considerarsi consolidato.

La vicenda processuale

A seguito di incidente stradale con danni solo a cose, il danneggiato, non soddisfatto del risarcimento ottenuto, evocava in giudizio – tra gli altri – la compagnia di assicurazioni, per vedersi riconosciuta l’intera obbligazione risarcitoria.

Il giudice di pace prima, e il Tribunale di Roma poi, quale giudice d’appello, rigettavano la domanda, ritenendo satisfattiva la somma ottenuta dal danneggiato in via stragiudiziale.

Questi, tuttavia, non demordeva e proponeva ricorso per cassazione sulla base di otto motivi, tra i quali quello della violazione di legge (artt. 1208, 1219 e 1220 c.c.; artt. 112, 115 e 116 c.p.c.; D.P.R. 16 gennaio 1981, n. 45, art. 9), della nullità processuale e il vizio di motivazione, per avere il Tribunale ritenuto la mancanza di prova in merito alla sussistenza e all’ammontare del danno fermo tecnico che, tuttavia, risultava effettivo, siccome rinveniente “dalla necessità di lasciare il veicolo all’autoriparatore; sia dalla necessità di tenerlo a disposizione dell’assicuratore, perché compia le proprie verifiche, per il periodo di otto giorni stabilito dal D.P.R. 16 gennaio 1981, n. 45, art. 9” e che, conseguentemente, doveva essere risarcito.

La soluzione giudiziale

La Suprema Corte, relatore il dott. Marco Rossetti, nell’esaminare l’anzidetto motivo da atto del contrasto giurisprudenziale in atto riferendo come: “Da oltre quarant’anni (dal 1972, per l’esattezza) nella giurisprudenza di questa Corte si registra un contrasto irrisolto sulla prova del c.d. danno da fermo tecnico: vale a dire del pregiudizio patito dal proprietario di un veicolo per non averne potuto disporre durante il tempo necessario alle riparazioni”.

Riferisce quindi del primo e, a questo punto, più remoto orientamento per il quale, il danno da fermo tecnico può essere liquidato “anche in assenza di prova specifica, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato dei veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso a cui esso era destinato”, fondato sul deprezzamento del veicolo e sulle voci di spesa comunque presenti, anche in caso di mancato utilizzo dello stesso, quali la tassa di circolazione e il premio di assicurazione, cui si contrappone quello che esclude una automaticità della risarcibilità per il solo fatto dell’incidente occorso, risultando invece necessaria una “esplicita prova” tanto dell’effettiva impossibilità di utilizzazione del mezzo, quanto del fatto che il proprietario dello stesso avesse concretamente necessità di servirsene ricorrendo, pertanto, a mezzi sostitutivi.

La sezione della Suprema Corte, nella sentenza in commento, ritiene non condivisibile il primo orientamento sulla scorta delle seguenti motivazioni:

1) Il danno causato dalla mera indisponibilità del veicolo non può essere in re ipsa. Nel nostro sistema legislativo, infatti, “non esistono danni in rebus ipsis”, di talché in assenza di un concreto pregiudizio, questo non risulta risarcibile. Tanto è vero che dalla mera lesione di un diritto non può dirsi automaticamente rinveniente un danno giuridico, salvo non ne sia derivata una perdita (patrimoniale o non patrimoniale);

2) Non veritiera è l’affermazione per cui, dimostrata l’inutilizzabilità del veicolo per un certo lasso di tempo, il danno può essere liquidato in via equitativa in virtù dell’art. 1226 c.c. Ed invero, al fine di provvedere alla liquidazione equitativa occorre che il danno sia certo nella sua esistenza ma, tuttavia, non dimostrabile nel suo ammontare. “L’orientamento qui contestato ricorre all’art. 1226 c.c., per liquidare un danno che è addirittura incerto nella sua stessa esistenza”;

3) Anche la circostanza relativa alla presenza di una danno relativo alla spesa per la tassa di circolazione, quale conseguenza della sosta forzata del veicolo, risulta errata. Infatti, la tassa è collegata all’iscrizione del veicolo nel pubblico registro automobilistico, e ciò a prescindere dalla sua circolazione, “non è quindi corretto sostenere che la tassa sia stata “pagata invano” nel caso di sosta forzosa del veicolo”.

4) Analogo discorso per la spesa relativa al premio assicurativo “inutilmente pagato”, vuoi perché il rischio risulta comunque sussistente anche quando lo stesso è inutilizzato ovvero in riparazione, ben potendo provocare danni a terzi (ad esempio in caso di incendio o in fase di collaudo), sia perché comunque il proprietario potrebbe, anzi dovrebbe, richiedere la sospensione della polizza e ove non lo facesse non potrebbe imputare a terzi questa sua negligenza;

5) Altrettanto erronea è la circostanza relativa al deprezzamento dei veicolo. Questo, infatti, discende dalla necessità della riparazione e non dalla sua durata. Lo stesso, peraltro, non è una conseguenza obbligata del fermo tecnico, semmai, sará da accertare caso per caso, si pensi, a titolo di esempio, che “la riparazione d’un veicolo obsoleto e malandato potrebbe addirittura fargli acquistare un valore superiore a quello che aveva prima del sinistro”.

6) Pure l’affermazione per la quale la non disponibilità nel tempo necessario alle riparazioni comporterebbe un danno patrimoniale “a prescindere dall’uso a cui esso era destinato”, non risulterebbe corretta, in considerazione del fatto che: “non potere utilizzare un veicolo per svago o diporto non costituisce una perdita patrimoniale, ma un pregiudizio d’affezione: come tale non risarcibile ai sensi dell’art. 2059 c.c., mancando la lesione d’un interesse della persona costituzionalmente garantito”.

Il “suggerimento” ricavabile dalla sentenza 20620/2015

“(a) L’indisponibilità d’un autoveicolo durante il tempo necessario per le riparazioni è un danno che deve essere allegato e dimostrato;

(b) la prova del danno non può consistere nella dimostrazione della mera indisponibilità del veicolo, ma deve consistere nella dimostrazione della spesa sostenuta per procacciarsi un mezzo sostitutivo, ovvero nella dimostrazione della perdita subita per avere dovuto rinunciare ai proventi ricavati dall’uso del mezzo”.

In assenza di questi presupposti e, pertanto, in mancanza della prova, ma anche – nel caso oggetto di giudizio – di allegazione dei sopra detti pregiudizi subiti da parte attrice, consegue il rigetto della relativa domanda.

L’auspicio

Pur nella consapevolezza che tale voce di danno risulta quasi sempre di modesto valore, rispetto a quello relativo alla riparazione dell’autovettura coinvolta nel sinistro stradale ma che, tuttavia, lo stesso può aumentare esponenzialmente nel caso di necessità di noleggio di un veicolo sostitutivo (magari necessario alla propria attività lavorativa), in virtù dello stridente e, per quanto visto sopra, assoluto contrasto giurisprudenziale, risulta improcrastinabile l’intervento risolutorio delle Sezioni Unite.

Probabilmente, partendo dal presupposto che l’autovettura oramai è divenuta mezzo indispensabile per gli atti quotidiani della vita, fossero anche i bisogni più elementari, accompagnare i figli a scuola, provvedere alla spesa quotidiana ovvero raggiungere la sede lavorativa, specie nelle piccole realtà urbane non servite dal trasporto pubblico, risulta innegabile che l’impossibilità di utilizzo dell’autovettura comporta, comunque, un pregiudizio che, in quanto tale, dovrebbe essere risarcito.

Ciò posto, pur nella bontà delle motivazioni espresse nella sentenza in commento, appare innegabile che la privazione incolpevole del veicolo per un certo tempo, che può anche rivelarsi abbastanza lungo, specie in caso di contestazioni in merito alla dinamica del sinistro, risulta foriera di pregiudizi e danni.

Tanto anche in relazione alle spese, comunque da sostenere nel periodo di non utilizzo, quali la tassa automobilistica (per la quale è pur vero che deve essere pagata a prescindere dal suo utilizzo, ma è altrettanto vero che un conto è l’inutilizzo volontario, altra cosa è l’inutilizzo forzato conseguenza del sinistro), la spesa assicurativa (che ben può essere sospesa ma che, tuttavia, per come ricordato dalla stessa sentenza in commento, a quel punto esporrebbe il proprietario a responsabilità personali solidali in caso di danno a terzi in ipotesi di incendio ovvero di danni durante il collaudo) e quella per il deprezzamento del veicolo (in considerazione del fatto che un veicolo incidentato, a prescindere dall’epoca di costruzione, rimarrà sempre tale e, conseguentemente, meno appetibile in caso di compravendita, specie in ipotesi di danni importanti, ad esempio al telaio (chassis) dell’autovettura che, quand’anche mirabilmente riparato, non potrà mai ritornare perfetto come in origine).

In virtù di ciò, sarebbe auspicabile allora una soluzione mediana e mediata, sintesi delle diverse correnti di pensiero che, magari, potrebbe prevedere:

1) La risarcibilità del danno da fermo tecnico senza necessità di specifica prova e con valutazione equitativa (in relazione al tempo delle riparazioni, all’epoca di costruzione e al valore dello stesso), con riferimento alle spese sopra viste (tassa automobilista, costi assicurativi, deprezzamento) sopportate dal proprietario del veicolo anche nel periodo di inutilizzo;

2) La risarcibilità del danno da fermo tecnico in relazione ad ulteriori pregiudizi economici e non, da provare rigorosamente sia sotto il profilo dell’an che del quantum (si pensi al classico esempio dell’autovettura sostitutiva ottenuta a noleggio).

Fonte: Focus sulla risarcibilità del danno da fermo tecnico a seguito di incidente stradale. Il contrasto giurisprudenziale: il danno è o non è in re ipsa?

(www.StudioCataldi.it)

 

Pct: giudici “ridotti” a cancellieri. L’allarme dell’Anm

I magistrati denunciano le criticità del processo digitale accentuate dalla riforma del d.l. n. 83/2015

 

Giudici “ridotti” a cancellieri e con meno tempo per studiare la causa. È questo l’effetto delle modifiche apportate al processo civile telematico dalla recente riforma estiva (d.l. n. 83/2015 e relativa l. di conversione n. 132/2015) che ha esteso la possibilità di depositare telematicamente tutti gli atti, anche introduttivi del processo. A lanciare l’allarme è l’Associazione Nazionale Magistrati con un documento ufficiale pubblicato sul sito istituzionale, che denuncia un appesantimento delle responsabilità e del lavoro delle toghe, costrette anche a compiti di cancelleria (dovendo controllare, per ogni fascicolo d’udienza, se il deposito degli atti e dei documenti è avvenuto, provvedere all’apertura, alla stampa degli allegati e all’inserimento degli stessi nel relativo fascicolo; tutto ciò, a seguito della riforma, per ogni atto e documento del processo) che ne sviliscono la funzione giurisdizionale e soprattutto tolgono tempo allo studio della causa. 

Una brusca accelerata, dunque, quella del legislatore, in una materia cui andava garantita “una scansione temporale” nell’attuazione dell’innovazione tecnologica, cui l’Anm premette di dichiararsi “pienamente favorevole” e che non ha fatto altro che ampliare ed evidenziare “drammaticamente” i problemi già esistenti e denunciati all’indomani dell’obbligatorietà del deposito telematico degli atti.

Ciò impone, sostengono i magistrati, il mantenimento del “doppio binario”: il fascicolo cartaceo non può, infatti, essere abbandonato ma il mantenimento non può certo gravare sul magistrato e va dunque disciplinato, con decreto, come peraltro previsto dalla l. n. 132/2015 e annunciato proprio quest’estate dal ministro della giustizia.

Insufficiente al riguardo, infatti, conclude l’Anm è il ricorso ai protocolli siglati con l’avvocatura per il deposito delle “copie di cortesia”, le quali spesso vengono depositate in una cassetta intestata al magistrato, al quale spetta poi da solo, provvedere al reperimento e all’inserimento nei fascicoli.

Per cui, i magistrati auspicano un’interlocuzione sulle tematiche esposte e chiedono a gran voce l’adozione tempestiva del regolamento che preveda “le misure organizzative idonee a risolvere il problema dell’acquisizione della copia cartacea degli atti, senza alcun onere per il magistrato”, assicurando altresì a tutti gli uffici giudiziari “un’assistenza informatica on line in tempo reale e un’assistenza informatica qualificata in loco”.

Di: Marina Crisafi

 

I periti assicurativi esclusi dall’albo dei Ctu

28/08/2015 La sentenza del Tar Lazio Bloccato il ruolo dei periti assicurativi dall’albo dei Ctu (consulenti tecnici di ufficio). A dirlo il Tar del Lazio che in una sentenza (9947/15) ha accolto il ricorso promosso dal Collegio dei periti industriali di Frosinone con l’intervento ad adiuvandum dello stesso Consiglio nazionale di categoria e del Consiglio nazionale degli ingegneri, implicitamente affermando (come prevede la legge) che in quell’elenco possono essere inseriti solo i professionisti iscritti a un ordine o un collegio professionale. La vicenda prende le mosse da un reclamo proposto dai periti industriali di Frosinone contro il presidente del tribunale di Cassino che, secondo i ricorrenti, aveva permesso l’iscrizione di sei periti assicurativi all’Albo dei Ctu senza che questi fossero in possesso dei requisiti previsti dalla legge, cioè l’iscrizione a un ordine o collegio professionale. In sostanza per il tribunale in questione era sufficiente far parte del ruolo nazionale dei periti assicurativi, istituito con la legge n. 166/92 e recepito dal dlgs 209/2005. Dopo aver presentato reclamo davanti alla Corte d’appello di Roma, che ha confermato la decisione del tribunale di Cassino, i periti industriali di Frosinone decidono di andare però davanti al giudice amministrativo. Secondo il tribunale capitolino «la decisione di non espungere dall’albo dei Ctu di Cassino i periti assicurativi è stata assunta da un collegio illegittimamente composto, attesa la presenza nello stesso di un rappresentante dell’Isvap». Secondo la legge, infatti, l’albo dei Ctu è formato da un comitato, chiamato a decidere sui titoli e i requisiti per il mantenimento dell’iscrizione, costituito dal presidente del tribunale, dal procuratore della repubblica, da un professionista designato dall’ordine o dal collegio della categoria a cui appartiene chi ne richiede l’iscrizione e da un rappresentante della camera di commercio nel caso di periti estimatori. Nel caso specifico la convocazione era stata estesa anche ad un rappresentante designato dall’Isvap la cui presenza per il Tar è illegittima. E, seppure non ha un’influenza concreta, è sufficiente la mera presenza all’interno del comitato per invalidare l’intero processo decisionale. La conseguenza diretta è che i periti assicurativi non possono essere assimilati agli iscritti a un ordine o collegio professionale, i cui rappresentanti sono gli unici soggetti individuati dalla legge e legittimati a partecipare alle adunanze del comitato. Viene quindi ribadito, hanno affermato i consigli nazionali di periti industriali e ingegneri, «il ruolo degli ordini professionali, istituiti per legge come rappresentanti di una data categoria, contro i tentativi di ridimensionarne la funzione, o di confonderli con altri organismi, privi di rappresentanza degli iscritti».

 

Tar Lazio -Roma Sentanza del 27/07/2015